Laos in bici: dal confine con il Vietnam a Luang Prabang

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Cosa fare e quando:

  • Muang Khua
    • Una passeggiata lungo il ponte di bambù sospeso, particolarmente suggestivo soprattutto al tramonto
    • Osservare le barche colorate ormeggiate al porto, situato proprio alla confluenza dei fiumi Nam Ou e Nam Kah
    • Visitare il pittoresco mercato diurno in centro città
  • Muang Ngoi Neua
    • Ammirare i pendii scoscesi dal caratteristico ponte che divide in due la piccola cittadina
    • Fare amicizia con i tanti backpackers che soggiornano quì per fare trekking di giorno
    • Perdersi a meditare osservando il lento scorrere del fiume Nam Ou, navigabile (è consigliato provare l’ebbrezza di un’escursione in barca)
  • Luang Prabang
    • Perdetevi tra i suoi infiniti templi dorati e fatevi invadere dall’atmosfera di pace e serenità buddista. Alle 6 del mattino i monaci fanno il giro della città in religioso silenzio per raccogliere le offerte di cibo dei fedeli
    • Visitare la stupa del Phu Si, collina che domina la città, ammirando il panorama sopra ai 329 gradini
    • Visitare il palazzo Reale e i suoi meravigliosi giardini pieni di stagni e fiori di loto
    • Fare un’escursione alle cascate di Tat Kuang Si che creano piscine naturali terrazzate ai loro piedi dove fare il bagno
    • Visitare la grotta di Pak Ou, dove vengono conservate centinaia di statue raffiguranti il Buddha

 

 

Se chiudete gli occhi e immaginate il Laos vi immaginate i grandi fiumi, come il Mekong, che corrono lenti e pesanti, barche colorate e villaggi sulle sponde di terra marrone e rossa, immersi nel verde della foresta. Ecco, il Laos che si incontra lungo le strade che collegano Muang Khua a Luang Prabang è proprio questo.
Abbiamo percorso prima 100 km in bicicletta costeggiando il fiume Nam Ou, vedendo piano piano la vegetazione cambiare: da foreste di caucciù ad alberi di banana, passando per cascate, villaggi via via sempre più puliti e curati, ponti sospesi e galleggianti di bambù, fino ad arrivare a Muang Khua, un graziosa cittadina dove i due affluenti del Mekong, il Nam Ou e Nam Kah si incrociano.

Vivere in una cittadina del Laos è come tornare un po’ indietro nel tempo. Alle 7 di mattina e di sera, dagli altoparlanti, viene diffusa la propaganda comunista (quì è ancora un regime, seppur si chiami Repubblica, con un unico partito e la gente non vota), alle 23 tutte le luci si spengono perché i laotiani seguono il ritmo del sole e nei, pochi, bar si beve al massimo la Beerlao (birra locale) o il Lao Lao, whiskey locale fortissimo. Tutto viene sorretto dalle donne: sono loro che allevano i figli, lavorano in campagna, trasportano gli oggetti a mano o in motorino, tengono i conti. Gli uomini fanno solo lavori di forza e la sera si ubriacano o fumano oppio. Un atmosfera molto surreale, che ricorda un po’ Hunger games e i nostri regimi del ‘900. Pochi, pochissimi i laotiani che parlano di politica: un po’ per paura (qui sono ancora molto controllati e basta una parola fuori posto a provocare controlli) e un po’ per ignoranza. Dal ’75 (fine della guerra in Vietnam) all’85 il Laos è rimasto chiuso al mondo, mentre le frontiere per gli occidentali hanno aperto solo nel ’95 e le informazioni sono iniziate ad arrivare con l’avvento di internet, che ancora in pochi possiedono.

A Muang Khua non c’è molto: un bellissimo mercato, un ponte sospeso di bambù sopra alla confluenza tra i fiumi e tante imbarcazioni colorate. Già in questa cittadina, però, abbiamo iniziato ad incontrare i primi turisti. In un pomeriggio si può visitare tranquillamente tutto.

 

 

Il giorno seguente siamo partiti con una long boat lungo il fiume Nam Ou e dopo 4 ore di navigazione abbiamo raggiunto la bellissima Muang Ngoi Neua. Qui è un crocevia di turisti, tutti backpackers attirati dalle montagne più caratteristiche che creano il famoso panorama patrimonio Unesco. Se vi fermate in questa città, non perdete l’occasione di fare trekking tra cascate e vette frastagliate a picco sul grande fiume marrone.

Infine, altri 50 km e via: abbiamo raggiunto la sconosciuta cittadina di Nam Thouam (nam significa acqua) dove di turisti probabilmente non ne hanno mai visti. Al nostro arrivo ci hanno accolto come extra terrestri: gentili, cordiali, ma incuriositi dal nostro aspetto fisico così diverso dal loro. I loro ritmi sono così diversi dai nostri che adattarsi è un po’ difficile, ma essendo tutti estremamente rilassati non è poi così male. I giovani, sicuramente, sono quelli che ti aiutano di più in questo compito: quando cerchi un contatto per aprire un dialogo basta farsi un selfie insieme e tutti si mettono a ridere. Facebook, infatti, ha conquistato tutti anche qui, nonostante vivano ancora senza pavimenti e acqua calda. Così come l’Algida: non ci sono lavatrici o asciugatrici, ma un Magnum in ogni frigo lo trovi sicuramente. Benvenuti nell’era della globalizzazione, anche sotto regime comunista.

 

 

Infine, dopo altri 100 km, siamo arrivati Luang Prabang, antica capitale del Laos, dove abbiamo voluto fermarci due giorni per scoprire meglio quella che è la città più sacra di tutta la nazione. Qui, infatti, si ergono ben 33 wat dorati (templi buddisti) tutelati dall’Unesco, il palazzo Reale con i tesori di Stato, come la statuetta dorata del Buddha, si può assistere a cerimonie tradizionali e religiose, come la raccolta mattutina delle offerte in cibo da parte dei monaci in tunica arancione (ce ne sono tantissimi e di tutte le età, tutti molto istruiti) o le preghiere del giorno e della sera. Chi vuole partecipare alle funzioni può farlo serenamente, l’unica regola è quella di non toccare o infastidire i monaci con eccessive foto e selfie.

L’atmosfera mistica si respira ad ogni angolo, anche se la parola che più si addice a descrivere questa città, come del resto tutto il Laos, è “pace”: nonostante la povertà, nonostante i problemi, qui la dignità della popolazione la fa da padrone. Il tempo scorre lento, quasi rarefatto, scandito solo dai cambiamenti della natura e dalle sue stagioni. La criminalità è pressoché inesistente, tutti i laotiani sono pronti ad accoglierti in maniera gentile e con il sorriso, anche quando con atteggiamenti occidentali (come ad esempio entrare con le scarpe all’interno di templi e case) offendi la loro cultura. Quando fermiamo le nostre biciclette lasciamo documenti, soldi e ogni genere di preziosi attaccati al nostro mezzo di trasporto: qui nemmeno sanno cosa voglia dire rubare. La gentilezza insita in questo popolo è qualcosa di straordinario. Parafrasando Tiziano Terzani “Il Laos non è un posto, ma uno stato d’animo”… Provare per credere.

 

 

La sera, mi sono trovata a vivere una delle esperienze più belle della mia vita. La nostra guida, Chit, felice di condividere con noi questo percorso, ha voluto presentarci la sua famiglia. Non solo la moglie e i figli, ma anche tutti i parenti e i vicini di casa. In Laos tutto è comunità. Ci hanno preparato la cena e ci hanno coinvolto in un rito propiziatorio per augurarci tanta fortuna durante il viaggio. Ci siamo seduti tutti intorno a un altare su cui erano state riposte delle offerte, mentre il più anziano del gruppo ha iniziato a recitare. Era un augurio a far tornare lo spirito che abbiamo perso durante le sfortune e gli incidenti della vita per far riemergere il nostro essere pieno di energia positiva. Al termine della preghiera, tutti i presenti hanno preso dei braccialetti e ce li hanno annodati ai polsi: ognuno di loro ne ha legati due a testa a noi stranieri. Che dire? Persone così di cuore, generose nonostante la povertà, e onestamente interessate al benestare del prossimo non le ho mai incontrate in vita mia. Mi hanno fatto commuovere.

Ma non solo, Luang Prabang è anche mercato, incontro tra persone e destini, caos, chiacchiere, colori, luci di ristoranti e buffet in riva al Mekong, stranieri che parlano tantissime lingue diverse e che si incontrano quì attirati dalla magia di questa città e dalla meraviglia del territorio circostante. E’ incredibile vedere come quasi tutta la socialità qui nasca nei mercati, che sono importantissimi: souvenir, verdure, galline, uova, anatre, street food. Le vie di Luang Prabang centro sono un crocevia di persone di tantissime nazionalità che acquistano qualsiasi cosa. Le vie più residenziali, invece, mostrano come quì si viva ancora in piena comunità: i bambini giocano insieme ai vicini di casa sorvegliati dai nonni o dai genitori, il vicinato si ritrova per le funzioni spirituali e per aiutarsi nei momenti di difficoltà, per pranzo e cena si condivide tutto con tutti. E di notte, l’intera famiglia dorme nella stessa stanza, tutta riunita.

Nell’arco di una trentina di chilometri attorno a Luang Prabang poi si possono vistare tantissimi luoghi incantati. Uno su tutti le imperdibili cascate di Tat Kuang Si, raggiungibili comodamente in Tuk Tuk: una serie di vasche concentriche con l’acqua turchese e cristallina che accolgono tantissimi giovani alla ricerca di tuffi, relax e divertimento. A fianco, la riserva dedicata agli orsi tibetani salvati dai bracconieri, purtroppo non reinseribili nel loro ambiente naturale, e il museo delle farfalle (tutte pienamente in vita nel loro habitat). Un’escursione in questo luogo merita tremendamente, ma non è l’unica da fare: si possono visitare anche le grotte di Pak Ou, che raccolgono una serie di statue donate raffiguranti il Buddah, allevamenti di elefanti, grotte sotterranee. L’escursionismo, infatti, è il turismo che la fa da padrone in Laos.

2 risposte a "Laos in bici: dal confine con il Vietnam a Luang Prabang"

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