Cambogia on the road: tra templi e spiagge paradisiache (e ci si può arrivare in aereo evitando il medio oriente)

Aprile è probabilmente l’ultimo momento ideale per visitare la Cambogia: il caldo è intenso ma ancora sopportabile e le piogge non sono iniziate. È anche il periodo del Capodanno Khmer, tre giorni in cui il Paese si trasforma completamente. Le città si riempiono di musica, danze, acqua lanciata ovunque, borotalco sul viso, strade bloccate e un’energia collettiva difficile da raccontare. Un’esperienza che da sola vale il viaggio, ma che richiede anche un minimo di organizzazione perché spostarsi in quei giorni può diventare complicato.

La Cambogia è un Paese che colpisce per i contrasti. È povera, questo è evidente, ma non è un Paese difficile da vivere. I servizi ci sono, gli hotel sono spesso migliori di quanto ci si aspetti, i trasporti funzionano e la popolazione è accogliente. Non ha l’efficienza della Thailandia, ma ha qualcosa di più autentico, meno costruito.

Consigli pratici prima della partenza

Dal punto di vista pratico, è un viaggio semplice se si conoscono alcune regole.

Soldi: si usano contemporaneamente i riel cambogiani e i dollari americani, spesso mescolati anche nello stesso pagamento, quindi bisogna fare attenzione ai resti. Le carte di credito sono accettate quasi ovunque, ma i prelievi hanno commissioni alte, quindi conviene ritirare una cifra più consistente una sola volta. Sulle isole, come Koh Rong, i bancomat spesso non ci sono.

Cosa portare: serve un adattatore universale e uno spray antizanzare, una crema solare e per le donne un foulard e pantaloni o gonne lunghe se si vogliono visitare i templi. Ah, attenzione perché nessuno parla inglese, quindi meglio farsi un e-sim per il traduttore 🙂

Come spostarsi: i mezzi pubblici migliori sono i pullman, affidabili ed economici. In città si possono usare tuktuk (con l’applicazione grab si sa sempre quanto si spende) o si può noleggiare una bici anche se fa molto caldo. Sono arrivata a Phnom Penh con China Eastern Airlines, scegliendo una rotta con scalo a Shanghai. Una scelta pratica, soprattutto in un periodo in cui alcune tratte sono meno stabili.

Sicurezza: Il Paese è sicuro, ma nelle città conviene fare attenzione ai telefoni: capita che vengano strappati di mano mentre si cammina. Come ovunque, non bevete l’acqua corrente ed evitate cibi crudi.

Prima tappa: Phnom Penh

Phnom Penh è una città che non mi ha conquistata del tutto: caotica, intensa, con una nightlife molto asiatica e a tratti difficile da interpretare. Due giorni sono più che sufficienti per vedere i luoghi più interessanti:

  • Il Palazzo Reale rappresenta la parte più elegante della città, con templi e pagode sontuosi e ricchi di storia
  • Museo del genocidio Tuol Sleng e i Campi di sterminio di Choeung Ek che raccontano una delle pagine più dure della storia recente, quella del regime dei Khmer Rossi. Visitare questi luoghi è un’esperienza forte, necessaria per comprendere davvero il Paese.

La sera Phnom Penh cambia volto. Camminare lungo il Mekong, salire su una delle barche che navigano lentamente sul fiume e trovare un po’ di aria dopo il caldo della giornata è uno dei momenti più piacevoli. Per movimentare la mia vacanza ho deciso anche di visitare come drop in il box di crossfit della città, Amatak: un’esperienza davvero divertente.

Seconda tappa: Siam Reap

La vera anima della Cambogia però si trova a Siem Reap, raggiungibile in circa cinque o sei ore di pullman con compagnie affidabili come Giant Ibis Transport. È una cittadina vivace, curata, perfetta come base per visitare il complesso di Angkor (che è una vera meraviglia del mondo composta da tantissimi templi, non solo quelli più conosciuti e famosi).

Qui il viaggio cambia completamente dimensione. Angkor non è solo un sito archeologico, è un luogo che ha qualcosa di sospeso nel tempo. Era il cuore dell’Impero Khmer tra il IX e il XV secolo, un impero che costruì templi monumentali come rappresentazione della propria visione del mondo, inizialmente induista e poi profondamente legata al buddhismo. Oggi quei templi raccontano una doppia storia. Da una parte c’è la spiritualità buddhista, che si percepisce ancora nei volti scolpiti, nei bassorilievi, nei monaci che si muovono silenziosi tra le rovine. Dall’altra c’è la natura che ha ripreso spazio. Alberi giganteschi, radici che avvolgono le pietre, muri inglobati nella giungla. Il tempio di Ta Prohm è forse l’immagine più potente di questo equilibrio: non si capisce più dove finisca l’opera dell’uomo e dove inizi quella della natura.

Ma il momento che resta davvero dentro è l’alba. Vedere il sole sorgere dietro Angkor Wat è qualcosa che difficilmente si dimentica. Il cielo diventa lentamente rosa, si riflette nell’acqua, i contorni del tempio emergono piano dall’ombra. C’è silenzio, nonostante le persone, come se tutti percepissero di trovarsi in un luogo che richiede rispetto.

Ho scelto di visitare i templi in modo diverso, noleggiando una mountain bike. Partivo all’alba, pedalavo tra un tempio e l’altro quando l’aria era ancora respirabile, poi rientravo verso pranzo per il caldo e mi fermavo in hotel, che ho rigorosamente scelto con piscina perché faceva davvero caldo (circa 40 gradi). Nel tardo pomeriggio uscivo di nuovo, tra mercati e vita locale. Gli hotel costano poco e permettono di gestire il ritmo della giornata senza fatica.

Anche in questo caso ho movimentato la mia vacanza con un po’ di allenamento, scegliendo la palestra Groud Zero per praticare arti marziali e kun khmer, la boxe locale. Si tratta di una meravigliosa comunità di expat che funge anche da ostello.

Da Siem Reap, oltre ai templi di Angkor, ci sono alcune escursioni che meritano davvero. Una delle più conosciute è quella ai floating village, i villaggi galleggianti sul lago Tonlé Sap. Non esiste un solo villaggio, ma diversi, e la scelta dipende molto dal periodo dell’anno e dal livello dell’acqua. Alcuni, nella stagione secca, risultano meno suggestivi perché le case non sono più completamente circondate dall’acqua, mentre in altri momenti diventano vere e proprie città sospese. La cosa interessante non è solo l’impatto visivo, ma la vita quotidiana che si svolge lì: scuole, negozi, chiese, tutto costruito su palafitte o su piattaforme galleggianti. È un modo di vivere completamente diverso dal nostro, adattato a un ambiente che cambia continuamente. Il consiglio è di non scegliere a caso, ma di farsi suggerire sul posto quale villaggio visitare in base alla stagione, per evitare esperienze troppo turistiche o poco autentiche. Vi consiglio di chiedere una guida che parli inglese, perché è importante capire ciò che state vedendo.

Un’altra esperienza insolita, e meno conosciuta, è quella dei cosiddetti “ratti anti-mine”, legati all’organizzazione APOPO. Si tratta di ratti giganti africani addestrati per individuare mine antiuomo ancora presenti nel territorio cambogiano, eredità dei conflitti del passato.

Vederli al lavoro è sorprendente: sono leggeri abbastanza da non far esplodere le mine e vengono utilizzati per bonificare aree pericolose in tempi molto più rapidi rispetto ai metodi tradizionali. L’attività ha anche una componente educativa, perché racconta in modo concreto quanto il tema delle mine sia ancora attuale in Cambogia e come si stia lavorando per restituire sicurezza a intere zone del Paese.

Terza tappa: Koh Rong

Da Siem Reap mi sono spostata verso il mare, con un autobus notturno fino a Sihanoukville e poi una barca per Koh Rong. Il viaggio è lungo ma sorprendentemente comodo se si sceglie la versione con cuccetta.

Koh Rong è un altro volto della Cambogia. Più costosa rispetto al resto del Paese, ma ancora lontana da un turismo troppo costruito. La differenza qui la fa la scelta della zona: il porto principale è caotico e poco curato, meglio spostarsi verso Long Set Beach o altre aree più tranquille, come Sok San Village: si può passeggiare in spiaggia, godere di ristorantini e barettini lungo mare senza caos.

Anche qui il momento più bello è l’alba. Le spiagge sono bianche, il mare è calmo e il cielo si tinge di rosa, con una luce morbida che rende tutto più sospeso. È una sensazione diversa rispetto ai templi, ma altrettanto intensa. Se ad Angkor l’alba ha qualcosa di spirituale, qui è pura pace ed energia.

Le giornate scorrono lente. Si può esplorare l’isola in scooter, muoversi tra spiagge diverse, raggiungere baie più isolate o semplicemente fermarsi. Le spiagge sono tutte belle, ma alcune restano più impresse: Pagoda Beach, con le stelle marine, oppure Long Beach, dove il tramonto sembra non finire mai.

Anche il cibo sorprende, con ristoranti semplici ma curati, spesso direttamente sulla spiaggia. E la sera si può scegliere: feste e musica, soprattutto frequentate da giovani europei, oppure atmosfere più tranquille con un aperitivo davanti al mare. Ovviamente durante la festività del Capodanno tutto diventa una festa, con musica cambogiana che vi conquisterà cuore e cervello, borotalco e balli di gruppo.

La Cambogia è un viaggio che non punta alla perfezione. Non è sempre facile, non è sempre comoda, ma è vera. Ti mette davanti alla storia, alla natura, alla vita quotidiana senza filtri. E soprattutto ti regala momenti – come un’alba ad Angkor o su una spiaggia di Koh Rong – che restano impressi molto più di qualsiasi itinerario.

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