La mia Tel Aviv

 

Consigli utili:

  • Non presentatevi con un passaporto con troppi timbri di paesi arabi: vi fanno un sacco di domande all’aeroporto e potrebbero fermarvi per ulteriori controlli, che sono davvero seri. Evitate di complicarvi la vita portando via oggetti che potrebbero farvi aspettare ore alla frontiera
  • I bancomat stranieri non funzionano, solo le carte di credito. Prelevate prima di partire
  • La vita costa come in Italia, se non di più. Non è una vacanza economica
  • Munitevi di mappe perché i cartelli stradali sono scritti solo in ebraico e non si capisce nulla
  • Se volete spostarvi con mezzi pubblici usate gli Sharut: piccoli bus economici che partono solo quando si riempiono di persone. Si rischia di aspettare ore ma sono più veloci degli autobus normali e hanno fermate su richiesta
  • Non abbiate paura di attentati: Israele è il posto più sicuro al mondo

 

COSE DA FARE. E COME:

  • Passeggiare al tramonto sul lungomare che collega Tel Aviv “nuova” a Jaffa, la parte “vecchia”
  • Un giro a Caramel market, a caccia di cianfrusaglie e birre artigianali
  • Scatenarsi nella movida notturna di Rothschild road, Allenby road e Jaffa
  • Visitare Jaffa, il suo mercato arabo e la sua zona dedicata ai laboratori artistici
  • Vita da spiaggia: surf, kite e tanti barA dire la verità, per questo viaggio, sono partita davvero a caso. Non ho organizzato nulla. Io e un mio caro amico ci siamo sentiti per telefono e ci siamo detti: perché non andiamo in Israele? E così abbiamo fatto due giorni dopo. Senza guide e nemmeno cartine, geografiche intendo. Ed è stata la cosa migliore: abbiamo scoperto un’anima non turistica di Tel Aviv di cui mi porterò il ricordo per sempre.Ogni volta che visito una città, c’è sempre un aspetto che mi sorprende prima di tutti ed è quello che poi mi porto dentro come ricordo. Non si tratta della luce, delle espressioni delle persone, del clima o dell’architettura, caratteristiche che colpiscono, ma non percepite dall’istinto. Il marchio che do a una città è molto più ancestrale: è il suo odore. Il profumo, unico e riconoscibile ovunque, che una terra possiede. Appena si è aperto il portellone dell’aereo ho pensato: “Tel Aviv profuma”. Un profumo difficile da descrivere a parole, ma estremamente piacevole alle narici. Un misto tra pane, aria del mare, spezie, delicato, ma persistente, anche nelle vie più trafficate e sporche. Perché per quanto Tel Aviv sia in Israele, paese dalla cultura occidentale, il caos dei paesi mediorientali si ritrova molto spesso. Ho cercato di capire cosa fosse, ma non ci sono riuscita. Una pianta particolare? Un alimento? Una spezia esposta nei numerosi mercati?Così come è impossibile decifrare un odore preciso, è difficile anche cogliere un’anima particolare della città. Tel Aviv è un insieme di anime, il cui mix offre un risultato unico al mondo. Si parte dalle spiagge in cui si danno appuntamento giovani surfisti e kitesurfer tutto l’anno: la temperatura è alta, ma il vento, costante, non fa percepire il caldo. E’ la meta ideale per gli amanti del kite, più di quelli da onda, perché il vento soffia sempre dai 20 nodi in sù, almeno in autunno. In spiaggia l’atmosfera è internazionale, molto vicina a quella americana. Locali dove pranzare e fare aperitivo, musica, giovani che si divertono e fanno sport, un lungomare preso d’assalto dai runner attrezzato per l’attività fisica. Il divertimento è assicurato, così come la poesia durante i tramonti. Attenzione ai costi: per un aperitivo in spiaggia con qualche stuzzichino abbiamo speso circa 50 euro. Una cena, bevendo vino, costa sui 100 euro. Ci sono anche grosse catene di hotel, soprattutto nella zona vicino al porto: un quartiere totalmente nuovo, pieno di sportivi e benestanti. Ma comunque poco curato nei dettagli: non è raro trovare un’attività commerciale arredata benissimo al suo interno con un tetto a rischio caduta, muri scrostati e pezzi di edificio ancora da completare.Basta passeggiare verso Jaffa, la parte vecchia di Tel Aviv, che in realtà però è la più nuova dato che è stata recentemente ristrutturata e ripulita per avere un altro assaggio di mondo, più religioso e mediorientale. Alle 17 arriva il canto del muezzin per la preghiera dei musulmani, il profilo del minareto si staglia all’orizzonte vicino a quello della chiesa di Saint Peter, di lato anche una sinagoga. Un groviglio di strade storiche, scale e vicoli nascondono mercati aromatizzati e laboratori di artigiani e artisti. I gatti diventano padroni del paesaggio. Per scaramanzia, gettate anche una moneta nella fontana che rappresenta tutti i segni zodiacali. Come sempre quello che desiderate non si avvererà, ma comunque tentar non nuoce. Jaffa è un groviglio di strade in cui perdersi passeggiando, lasciandosi stupire dalle sue stranezze, tra pacchianerie e creatività. La parte più bella è il lungomare, soprattutto all’ora del tramonto. Impossibile non diventare romantici.

    Essere andati “a caso” a Tel Aviv ci ha fatto scoprire personaggi e posti interessantissimi, assolutamente non turistici. E’ il caso della casa/locale di Yuri. Stavamo passeggiando di sera in Rothschild road quando a un certo punto, da una casa, qualcuno ha iniziato a fischiare verso di noi. Era un omino di circa 60 anni, che ci invitava a bere qualcosa nel suo locale. Il suo locale, in realtà, era casa sua: un monolocale con un tavolo e un divanetto e lui portava da bere. E’ il caso di un ristorante in Allenby street, che si chiama Love is in the air, in cui i proprietario sono affabili e chiacchieroni. O del locale stile New York, The Radio, in cui devi scendere nei sotterranei di un fabbricato industriale per ballare hip hop tutta la notte. Un cocktail costa dieci euro: non ubriacatevi troppo. Sempre seguendo l’onda dell’istinto, all’interno di Caramel market siamo finiti poi in un baracchino di birre artigianali, Beer bazar. Consigliatissimo non solo per la qualità del prodotto, ma anche per la simpatia dei proprietari.

    La vita notturna è assai movimentata, sia a Tel Aviv nuova, sia a Jaffa: karaoke, piano bar, discoteche… c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una parentesi la posso aprire sulle bevande alcoliche: il vino, soprattutto quello proveniente dalla regione della Galilea, è da assaggiare. Ma la vera chicca è stata la scoperta dell’Ha’arak, super alcolico tipico israeliano, una sorta di Ouzo greco. Fa miracoli sulla popolazione: in genere gli israeliani sono molto chiusi con i turisti, ma non certo quelli ubriachi. E’ difficile descrivere la gente: c’è uno strano orgoglio tra la popolazione, che la fa risultare forse distaccata e non troppo amichevole con gli stranieri. Ma le nuove generazioni, abituate a girare il mondo, hanno fatto diventare Tel Aviv capitale del divertimento serale e una città molto aperta e all’avanguardia. Abbiamo conosciuto camerieri che ballavano da soli, gente di tutto il mondo unita dalla musica, le strade sono piene di personaggi bizzarri.

    E’ obbligatorio poi assaggiare una spremuta di melograno, il frutto della città. Si possono acquistare anche singoli melograni un po’ ovunque e mangiarli per strada. Sono di una bontà squisita. Una sosta la merita anche piazza Re d’Israele, chiamata anche Rabin square, dove assassinarono Ytzhak Rabin. Ora c’è un immenso spazio vuoto circondato dalle sue foto con i vari presidenti e primi ministri internazionali e la ricostruzione di come è stato assassinato, vicino a un grosso centro commerciale. In sua memoria è stato realizzato anche un piccolo altare di sassi e posizionato una statua a mezzo busto. La zona in cui sorge è moderna e poco interessante per altre attrazioni.

    L’anima di Tel Aviv è l’insieme di tutto questo: innovazione mutuata dall’America ed edifici che cadono a pezzi, hotel di lusso e mercatini mediorientali, gentilmente accarezzato dalla brezza marina di un lungomare fantastico, in cui il sole ha deciso di calare per ogni tramonto, regalando emozioni mozzafiato. Il tutto condito con tanto, tanto hummus, un alimento che non può mancare in nessuna tavola israeliana (ed è buonissimo).

 

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