New York marathon: non solo sport, ma un’esperienza di vita!

 

 

COME FARLA E QUANDO:

  • Si può scegliere se comprare solo il pettorale (circa 500 euro) o il pacchetto completo (conviene, i prezzi la prima di novembre a New York sono sempre molto elevati). Si può tentare anche di partecipare alla lotteria sul sito di Tcs New York Marathon, ma è molto raro vincere e comunque costa uguale (circa 450 euro) e bisogna possedere alcuni requisiti. Si può conquistare il pettorale anche per meriti sportivi, ma si tratta di aver registrato un tempo inferiore alle 3 ore in una maratona o di un’ora e 20 minuti in una mezza
  • Si può fare correndo o camminando e godendosi la festa per strada, non ci sono limiti di tempo ed è aperta a tutti: basta firmare una liberatoria per la responsabilità sanitaria
  • Portare con sè indumenti da lasciare in strada alla partenza, perché si parte la mattina presto e c’è davvero freddo (poi correndo viene caldo): i 60mila runner sono divisi in 3 waves, da 3 colori ciascuna e 6 gates per ogni colore… L’attesa è di ore.
  • Si può scegliere tra portare uno zaino che poi si recupera all’arrivo o non portare nulla e farsi dare un poncho coprente all’arrivo. Il mio consiglio è di scegliere la seconda opzione con un hotel vicino all’arrivo a central park (west side) tra la 70esima e la 85 strada

 

Prima bella notizia per tutti: la maratona di New York si può fare.

Seconda notizia, un po’ meno bella: è faticosissima, ti devi allenare, perché è davvero tosta e non si scherza. Ma posso assicurare che ogni sforzo e ogni sofferenza provati ne valgono davvero la pena: le emozioni che si provano nel fare la maratona di New York sono tante, davvero tante. Proverò per voi a riassumerle in questo post, ma sicuramente ci sarà qualcosa da aggiungere. Perché come detto nel titolo, non si tratta solo di una sfida sportiva, ma di una vera esperienza di vita. Qualcosa da fare assolutamente prima di morire, un po’ come un lancio in paracadute o un anno sabbatico all’estero: è qualcosa che ti cambia dentro.

Appena arrivi a New York, qualche giorno prima della maratona, ti rendi conto che stai per vivere qualcosa di speciale. La città è già allestita per la maratona e central park è circondato da transenne, camioncini, bancarelle, cantieri. Io sono arrivata venerdì, due giorni prima del grande giorno (si svolge sempre la prima domenica di novembre). Il giorno prima, con i miei compagni di Ovunque running, siamo andati a fare una piccola sgambata all’alba, a central park, attorno a laghetto intitolato a Jaqueline Kennedy. Al di là che per me il correre all’alba è stata già un’esperienza di vita – devo ringraziare il fuso orario che mi ha permesso di svegliarmi per la prima volta alle sei senza avere sonno -, appena ho visto sorgere il sole dallo skyline mi sono resa conto della vera figata che mi stava aspettando. Correre con il naso in sù nella città più bella del mondo, che non stanca mai, che muta sempre e sa incantare, è un vero privilegio. Intorno a me, poi, tantissimi runner. Alcuni americani, ma tantissimi stranieri e soprattutto italiani: alla maratona eravamo circa 60mila partecipanti, di cui oltre duemila italiani. Ci scambiavamo sguardi complici, sorrisi di cuore, lanciandoci un unico grande messaggio: “In bocca al lupo per domani”. Una signora americana, addirittura, si divertiva a fare foto agli stranieri: “Siete italiani? Che bello posso fotografarvi? Siete bellissimi”. La carica e l’entusiasmo per la gara del giorno dopo ti investe anche se non lo vuoi.

La sera prima del grande giorno la Tcs Nyc Marathon organizza un enorme pasta party all’interno della villa “Tavern on the green”, esattamente davanti all’arrivo della maratona. Un’organizzazione impeccabile: nonostante l’elevato numero di partecipanti non abbiamo mai aspettato più di 10 minuti per ricevere cibo e acqua e – confesso – anche una birra. C’erano posti a sedere per tutti. I tanti volontari che hanno reso la maratona possibile erano tutti gentilissimi e ti sostenevano con i loro sorrisi: la stima che gli americani provano per chi partecipa alla maratona è palpabile. E ti aiuta tanto ad affrontare la sofferenza di cui solo il giorno dopo ti renderai conto. Questo è il momento ideale per conoscere altri maratoneti e le loro storie. E come spesso mi capita quando giro per il mondo, quella sera, io mi sono trovata seduta davanti del tutto casualmente a un mio amico romagnolo che ho scoperto solo quel giorno avrebbe corso anche lui la maratona. Le carrambate hanno sempre un loro perché: mi ha spiegato che era lì per un master di mental coaching e la maratona di New York era una delle tappe fondamentali per la sua preparazione. Erano 300 studenti e ognuno la avrebbe corsa a modo suo. Lui, ad esempio, fino al mese prima aveva un piede ingessato: non avrebbe dovuto nemmeno appoggiarlo per terra. Ma l’avrebbe comunque fatta, camminando. Perché il senso è proprio quello: farcela, tagliare quel traguardo e raggiungere il proprio obiettivo, nonostante tutto e tutti. Sarete felici di sapere che ce l’ha fatta pure lui, accompagnando al traguardo una signora in lacrime.

Ma veniamo al dunque. Il grande giorno. L’appuntamento per tutto il mio gruppo era alle 5.30 nella hall dell’albergo. Fuori, ancora buio. Mi sono svegliata, ho fatto colazione con fette biscottate e Nutella (sì, con l’olio di palma, e sono ancora viva), mi sono vestita con la t-shirt personalizzata che gentilmente mi ha regalato il mio sponsor, il negozio per runner Finish Line di Rovigo, e ho rinunciato a portare via l’abbigliamento termico. In quei giorni, infatti, New York era soleggiata e caldissima: avrei sicuramente sudato troppo. Mi sono portata però un cappotto e una felpa che avrei dovuto abbandonare sulla linea della partenza, visto che dal momento dell’arrivo a Staten Island al via ufficiale passano alcune ore. Durante il tragitto (circa un’ora e mezza di pullman) mangio alcune mandorle caramellate e cerco di dormicchiare, ma è impossibile. Intorno a me c’è un’umanità incredibile: un vero e proprio studio sociologico all’interno di un pullman. Dai runner professionisti che alle 5 di mattina hanno già la forza di parlare per ore dei loro tempi e delle 57 maratone che hanno già corso, a chi la farà per la prima volta ed è emozionatissimo e non sa cosa aspettarsi. Vicino a me si è seduto un signore di circa 50 anni che mi ha chiesto se potevo spiegare ai controlli di non sottoporlo al metal detector perché aveva il pace-maker. “Ma non è pericoloso correre se hai problemi di cuore?”. “Ho il pace-maker apposta per vivere normalmente, perché devo vivere da malato? In Italia non mi fanno correre perché non mi rilasciano il certificato medico, ma lo stesso ogni domenica mi faccio i miei 30 chilometri. Qui in America posso correre, basta che firmi una liberatoria in cui mi assumo la responsabilità di ciò che mi succede. Finché vivo, voglio vivere da sano”. Non fa una piega.

Arriviamo a Staten Island. L’organizzazione è ancora una volta perfetta. Siamo in 60mila, ma non ce ne rendiamo conto, se non per le file davanti ai wc chimici. Ci dividono in tre waves di partenza (9.40; 10.15 e 10.40), ognuna delle quali ha tre colori, ognuno dei quali ha 6 gates. Insomma, non si fa alcuna fila per partire. La mia partenza è alle 10.15. Saluto i miei compagni (loro partivano tutti alle 9.40) e aspetto il mio turno insieme agli altri della seconda wave: alcuni si scaldano, altri dormono per terra. Nel frattempo conosco Silvia, una ragazza di Torino, anche lei alla sua prima maratona, Vito, più esperto che ci snocciola qualche consiglio, e tre ragazze della Costa Rica che mi parlano un po’ in spagnolo caricandomi di entusiasmo. Alle 9.15 sbuca il sole: piano piano ci spogliamo tutti e ai bordi della strada che porta verso il ponte di Verrazzano si accatastano vestiti e cappotti, tutti molto anni 90, sembra quasi un salto nel tempo. Li raccoglieranno alcune associazioni di beneficienza per regalarli ai bambini e ai ragazzi del Bronx. La gente si alza in piedi, si forma un serpentone. Facciamo tutti un’altra capatina in bagno: non si sa mai. E finalmente arrivano le 10.15. Tocca a noi.

Da questo momento poi è una favola. Parte l’inno americano. Si sente lo speaker che ti dà il benvenuto alla maratona di New York con la carica che solo gli americani sanno dare: sembra un incontro di wrestling. Sparo di pistola. E parte la voce di Frank Sinatra, che ti accompagna ai nastri di partenza con la sua “New York New York”. Parto quindi cantando, subito in salita per oltrepassare il ponte di Verrazzano e andarmene a Brooklyn. C’è tantissima gente attorno a me e perdo subito i miei compagni. Continuo a correre cantando Sinatra e guardo gli elicotteri, le barche, le luci: è tutto un trionfo di entusiasmo. Impossibile andare piano. Decido di non guardare il Garmin per i primi dieci minuti e godermi il momento senza calcoli. Già lungo il ponte capisco cosa mi aspetta: vigili del fuoco, cittadini, cartelli… tutta New York è lì per seguirci. Arrivata a Brooklyn poi iniziano i veri cori, le urla, il tifo scatenato. Non mi sono mai sentita così supportata in vita mia. “Questa maratona è una figata pazzesca”.

Inizio a guardare il Garmin e decido di stare a 5.30-5.20 al minuto. E’ più della mia media nei lunghi, ma sono carichissima, sto benissimo, la gamba mi regge e non sento fatica. Corro e mi godo lo spettacolo. Lungo tutta Brooklyn le case sono basse, ma la festa è tanta. La zona più calda è quella di Williamsburg: un susseguirsi di concerti live solo per noi maratoneti, gente urlante, foto, sorrisi, baci, bambini che ti danno il cinque e tante caramelle. Anche un po’ di campagna elettorale pro e contro Trump e Hillary. Mi sentivo dio. Soprattutto perché non sentivo fatica. I ristori sono piazzati ogni miglia: bicchiere di gatorade e bicchiere di acqua. Nulla era fuori posto. Passo il Queens che sono carica e la gamba sta benissimo: decido di tirare un po’, visto che a breve arriverà il punto più difficile della maratona, il Queensboro bridge. E’ un ponte infinito in salita, al 25esimo chilometro. Che porta dritto a Manhattan. Un muro, un obiettivo. Che riesco a fare alla grande: tutti gli altri runner intorno a me rallentano, io do gas anche in salita. Mi sentivo le gambe fortissime e zero fatica. Oso, tanto non è che la maratona di New York la faccio tutti i giorni. Appena il ponte inizia a piegare in discesa mi scende una lacrima, involontaria, e inizio a urlare contro i tifosi: “Sìììììì, l’ho superato… Sono a più della metà!!!”. E la discesa verso Manhattan è ovviamente una passeggiata, supero e schivo tutti.

La first avenue è una vera festa: penso di non aver mai visto tanta gente insieme, nemmeno a una partita di calcio. Tutti mi urlano, mi incitano, c’è un rumore pazzesco. Io sono carica e corro battendo la mano a tutti. La strada è un po’ in salita e un po’ in discesa, ma non la sento. Al 28esimo, però, arriva il primo imprevisto: sento che mi scoppiano alcune vesciche sulle dita dei piedi. La sensazione è bruttissima, dolore misto al fastidio. Ma non mi posso fermare, non posso allargare la scarpa. Cerco di non pensarci e continuo a correre: sono ancora carica e la gamba sta bene. Passo i 30 chilometri e sorrido: ce l’ho quasi fatta! Ma ignoravo il fatto che proprio a qualche metro da lì ci sarebbe stato il ponte che ti porta al Bronx: un muro in salita senza discesa. Un inferno. Sono a metà e le mie gambe iniziano a cedere e il dolore ai muscoli a farsi sentire.

Da questo momento in poi è tutto un incubo. Sono al 32esimo e non ce la faccio più. Mi sforzo di non pensarci. Mangio un gel che mi dà un po’ di carica, mi stabilizzo a sei minuti al chilometro e mi guardo intorno per non pensare. Appena sento la musica di qualche gruppo intorno a me inizio a cantare e cerco di non pensare. Dio benedica quegli artisti di strada che hanno iniziato a cantare i Blink 182: mi hanno portato al 35esimo con il sorriso e aumentando la velocità. Poi ho perso anche quello: forse non tutti sanno (nemmeno io lo sapevo) che la 5th Avenue fino a Central Park è tutta in salita. Ho iniziato a rallentare, ho bevuto e ho rallentato ancora un po’. Poi ho iniziato a piangere. I miei piedi erano dei mattoni e le mie gambe di cemento. Non riuscivo più a muovermi. E’ durato tutto 10 secondi: fortunatamente il mio cervello ha reagito obbligandomi a correre ancora e innescando una lotta contro sé stesso. Da una parte volevo fermarmi e camminare: il dolore ai piedi e alle gambe era troppo e insopportabile. Dall’altra pensavo a tutta la fatica fatta per arrivare fino a lì: ero al 37esimo chilometro, cavolo, cinque chilometri e sarebbe tutto finito. Come andare da Boara in centro a Rovigo… Ce la dovevo fare.

La lotta nella mia testa è continuata fino all’arrivo a central park: lì ho rivisto la luce. Ho iniziato a contenere le lacrime per non perdere fiato e ci ho messo tutto il cuore che avevo. Le ultime due miglia, tutte collinari, un continuo saliscendi. Ma ormai c’ero e vedevo la fine. Sì, ce la posso fare. E’ stato il dolore più grande che abbia mai sopportato in vita mia: i glutei ormai erano in fuoco, i polpacci non li sentivo più. Probabilmente correvo come pinocchio. Tutta la gente continuava a urlare e a fare il tifo per me: io pensavo alle mie vesciche e odiavo tutti. “Ma non avete niente di meglio da fare che urlarmi contro mentre soffro?”. E’ divertentissimo pensare che ciò che fino a quel momento avevo amato ora mi stava dando così tanta noia. Il nostro cervello è veramente forte. Ho stretto i denti, ho pensato a chi mi stava seguendo da casa, alle emozioni che quella giornata mi stava dando, a tutto quello che stavo provando e… Eccolo lì, l’arrivo. A 200 metri da me. Avrei voluto accelerare, ma non ce la facevo proprio: ho proseguito a correre come potevo alzando le braccia e urlando, con il poco fiato che mi era rimasto.

E poi, ecco lo tsunami. Un pianto infinito, liberatorio. Ho iniziato a tremare, non sono più nemmeno riuscita a camminare. Ero felicissima. Avevo un sorriso che mi faceva il giro della testa. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma intorno a me non c’era nessuno  che conoscessi e quelli che c’erano stavano morendo anche loro. Mi danno un panno per coprirmi e la medaglia da finisher. “Thank you” dico con un filo di voce. Continuo a guardarmi in giro “devo trovare qualcuno con cui condividere questa gioia…”. La felicità era troppa, non riuscivo a tenerla tutta dentro al cuore. Stavo impazzendo. Mi sono fermata da un volontario e l’ho abbracciato chiedendogli aiuto. Lui mi ha sorriso e mi ha portato in infermeria. Non avevo nulla che non andasse, semplicemente la stanchezza e l’emozione mi aveva mandata in tilt. Esco e finalmente trovo dei padovani. Inizio a camminare con loro, zoppicando, fino alla fine del cordone per uscire da central park e raggiungere l’albergo. Loro hanno l’app per vedere che tempo avevo fatto e chiedo gentilmente di dirmi il mio risultato. QUATTRO ORE E NOVE MINUTI. “Cosa? Davvero?”. “Sì ragazza, complimenti, hai volato per essere una donna”. Tutta la fatica, tutti i miei sforzi, tutto il dolore sono finiti in quel momento.

QUATTRO ORE E NOVE MINUTI. Per la prima volta nella vita mi sono sentita completamente fiera di me stessa.

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