Sulla via del Moscato: tra salite e discese per raggiungere Maeli

 

Il moscato giallo. Un vino dorato, vivace e profumato, indimenticabile e che si riconosce al primo sorso. Ma prima ancora un vitigno, la cui uva al primo morso sprigiona con la stessa potenza e intensità l’aroma del vino. Un aroma che racconta della sua prima patria, una terra assolata e lontana, la Grecia, dove nacque, che l’ha riempito di profumi agrumati e floreali, quasi come un’acqua di colonia. Ma che, sui Colli Euganei, assume quella sfumatura minerale e sulfurea che racconta della sua patria adottiva: le colline vulcaniche dove nasce l’acqua termale più famosa d’Italia.

Si dice che sia arrivato qui e abbia attecchito assai bene grazie ai tanti mercanti greci e del sud Italia che si mettevano in cammino verso Venezia, facendo tappa in queste colline che nascondevano pozze di acqua bollente e benefica. E proprio grazie a questo territorio particolare, che gli ha conferito una sapidità intrinseca, qui il Moscato giallo ha incontrato nuova vita, assumendo tante forme diverse dall’originale in cui l’avevano confinato, ovvero quella del vino dolce, passito o fior d’arancio, destinato alle donne che “non apprezzavano bere”.

Sui Colli Euganei quindi il Moscato Giallo è diventato secco, metodo classico, fermo, spumantizzato con i lieviti, o dolce nella versione Fior D’Arancio o passito. Un vino multiforme, ma dall’unico carattere, quello della sua terra, riconoscibile tra mille: personalità forte unita a una grande versatilità. Per questo è il vino più diffuso sui Colli Euganei, diventando anche Docg nel 2011. Ma se ha assunto così tante forme lo si deve a una sperimentatrice di questo vino, una giovane imprenditrice visionaria che ha voluto regalare al Moscato Giallo almeno cinque vite in più, per avvicinarsi a quelle dei tanti gatti che popolano le colline padovane. Sto parlando di Elisa Dilavanzo, cantina Maeli, che proprio delle varie declinazioni del Moscato ha fatto la sua forza, iniziando a commerciarlo in tutto il mondo.

In questo post vi racconterò non solo della cantina Maeli, ma anche del viaggio migliore da compiere per raggiungerla, attraversando i Colli Euganei in bicicletta immergendosi nei loro colori, nei loro profumi e nei loro spettacolari panorami. Perché il vino è territorio. E non c’è miglior modo di scoprire un territorio che attraversarlo in bicicletta, osservando tutto con passo lento, con soste senza limiti di tempo e con il vento sulla faccia.

 

Primo percorso (50 km):

  • Partenza da Este, si sale su via Caldevigo fino a Cinto Euganeo, per proseguire poi per Fontanafredda, salire per la salita della Cingolina (pendenza massima 13%). Si scende poi a Galzignano, per proseguire verso Arquà Petrarca e infine imboccare la Strada provinciale 21 che vi condurrà fino a Valle San Giorgio e la cantina Maeli. Si torna poi a Este passando per Baone.

Secondo percorso (15 km):

  • In alternativa, per provare una salita più tranquilla e con meno chilometri, da Este basta circumnavigare il castello e salire a Calaone: una dolce salita di 5 km con una pendenza massima dell’8%. Da qui si scende verso Valle San Giorgio e poco dopo la discesa si incontrerà la strada che vi condurrà nelle cantine Maeli.

Caratteristiche:

  • Bici da strada
  • Adatto a persone mediamente allenate. Per principianti è consigliata la bici elettrica
  • Tempo di percorrenza: per il giro lungo 2 ore, per il giro corto 45 minuti

 

I due percorsi che ho studiato per raggiungere la cantina Maeli sono tra i più spettacolari per gli amanti della bicicletta. Le dolci salite e le divertenti discese che vi porteranno a destinazione, infatti, vi mostreranno delle bellezze naturali e delle opere architettoniche tipiche di questo territorio, che vi introdurranno al meglio l’anima del moscato giallo.

La partenza è fissata a Este, la città storica dei Colli Eugani. Si dice che sia nata nell’epoca del ferro, per poi fiorire in epoca romana e soprattutto con la casata estense nell’XI secolo a cui succedette la Repubblica di Venezia. Nella piazza principale si può visitare il Duomo di Santa Tecla (al suo interno una splendida opera di Giambattista Tiepolo, la Pala di Santa Tecla). Imperdibile anche il Castello Carrarese e i suoi giardini.  Da qui una lunga strada pianeggiante circumnavigherà i rilievi per portarvi dritti a Cinto Euganeo mostrandovi panorami disegnati da vigneti e vecchie cascine agricole.

Passiamo poi a Cinto Euganeo e Fontanafredda: osservate le loro origini romane, grazie all’acquedotto romano di Valnogaredo, e la presenza veneziana con la bellissima villa Contarini. Da qui inizia la salita della Cingolina, tra le più amate dai ciclisti. E’ ripida (al massimo un 13%) solo nella sua parte finale, dopo Faedo, ma il panorama che si vede da lassù saprà ripagare di ogni fatica.

Arriviamo poi a Galzignano terme. Come dice lo stesso nome, nota per le sue acque calde naturali, Galzignano era già famosa in epoca rinascimentale, quando vennero costruite varie ville signorili:  Villa Rizzoli Benedetti, Villa La Civrana, Villa Saggini, Villa Boggian e Villa Barbarigo, in località Valsanzibio, nota per il caratteristico giardino all’italiana. Da qui poi si supera l’immenso e curato campo da golf, che ogni anno attira migliaia di turisti e giocatori, per raggiungere con una piccola e morbida salita Arquà Petrarca.

Arquà Petrarca è un vero gioiello, un borgo medievale incastonato tra i colli che racchiude tra le sue mura le storie del grande poeta Francesco Petrarca, la cui casa è ancora visitabile. Attualmente sono ancora conservati, lo studiolo in cui morì il poeta, con sedia e libreria (pare) originarie. Da ricordare, inoltre, la nicchia in cui è custodita la mummia della gatta che si dice fosse appartenuta al Poeta.

Da qui, raggiungere Valle San Giorgio è semplicissimo: bastano due km e due tornanti in salita per incontrare una discesa che vi porterà direttamente nella cantina Maeli, mostrandovi dall’alto lo splendido campanile.

Il secondo percorso è molto più breve, ma vi farà una sorta di riassunto generale di quanto visto nel primo tour, adatto a chi non vuole faticare troppo.

Da Este si gira attorno al castello e si prende la salita del Calaone: 5 km a una dolce pendenza di circa 5%, fattibile da tutti i mediamente e poco allenati (è la salita che fanno tutti i principianti per imparare). Ad ogni tornante, gustatevi lo splendido panorama: nei giorni senza foschia si può vedere Monselice, la sua Rocca e le tante vette che compongono i Colli Euganei in ordine sparso. Una volta saliti, il centro del paese è caratterizzato da una chiesetta dal grande campanile, Santa Giustina, e una fontanella in cui rinfrescarsi. Da qui segue una lunga stradina panoramica tra salite e discese davvero spettacolari, circondata di alberi, boschi e vigneti. Scendendo, piano piano, si raggiunge Valle San Giorgio.

Valle San Giorgio, frazione di Baone, è famosa per il suo campanile assai particolare. Una piccola stradina si inoltra nella campagna circostante e conduce fino alla cantina Maeli.

Ecco infine arrivati all’interno della cantina Maeli, un gioiello in pietra a vista incastonato tra i Colli e i vigneti. Il punto di forza di questa giovane cantina è proprio la produzione di varie tipologie di moscato. E proprio per conoscere al meglio tutte le declinazioni del Moscato di Maeli, la cantina ha organizzato una degustazione guidata, al termine della quale si ottiene anche un brevetto di “esperto di Moscato”: le cinque vie del Moscato, un nome che richiama il viaggio, lo stesso viaggio dei commercianti che portarono in questi terreni le prime vigne.

Si parte dal moscato Fior D’Arancio docg, lo spumante dolce considerato da molti il vino “da donna”, proprio perché dolce e di facile presa per i palati meno esperti. Ma c’è moscato e moscato: il Fior D’Arancio Maeli si è aggiudicato la medaglia d’oro alla manifestazione “Muscat du monde” e ogni anni vengono prodotte 25mila bottiglie (che dal prossimo diventeranno 28mila per le tante richieste). Non bisogna cadere nell’errore di considerarlo un vino da abbinare solo ai dolci: provate a gustarlo con della mortadella o con del formaggio caprino: la parte dolce del vino coprirà l’acidità del piatto e alla fine rimarrete con un ottimo sapore sapido nel palato, quella nota di zolfo che appartiene al territorio stesso, quell’accento sulfureo che è ripreso dal vulcano che Maeli riporta sull’etichetta.

La sua evoluzione è il Moscato metodo classico secco, nonostante l’uva aromatica. Un esperimento non impossibile, ma che ha richiesto molta cura: Maeli lavora solo con la prima pressatura dell’uvaggio, applica una ricerca costante sui lieviti e ogni giorno… sperimenta.

Dilì è la versione ancestrale fatta lievitare sui propri lieviti, che si possono vedere ancora dentro alla bottiglia e che conferiscono al vino un aspetto più torbido. Viene imbottigliato solo durante i giorni di luna calante, e le sue uve vengono raccolte sopra 2800 metri dalla falda termale e macerate per alcuni giorni. Si producono ogni anno pochissime bottiglie: quest’anno saranno 6mila.

Il metodo classico 22 mesi è la versione più elegante, pulita e raffinata. Qui il moscato perde la sua aromaticità e acquista in mineralità e profumi legati ai lieviti: crema pasticcera, frutta candita, burro. E’ il vino più raro e prezioso: ogni anno vengono prodotte 1800 bottiglie.

E’ il turno poi del moscato fermo, il Bianco Infinito, la versione secca del fior D’Arancio, caratterizzato da una nota di menta che impreziosisce la bevuta rinfrescandola. Anche questo vino rappresenta una sfida: in genere, la tradizione vuole che il moscato non si possa affinare più di due, al massimo tre anni. Beh, provate ad assaggiare il Bianco Infinito 2016: un’esplosione di gusto vi conquisterà raccontandovi delle tante erbe aromatiche che si possono incontrare camminando per i Colli Euganei.

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